Quanto?
Il Recovery Fund è maggiore del Piano Marshall. Questo mi sembra un buon punto per partire ad argomentare i benefici di questa iniziativa europea. Il Piano americano del dopoguerra corrispondeva a circa 130 miliardi di dollari attuali. Se consideriamo i soli aiuti all’Italia, allora questi ammontano a circa 8,39% del pil del 1948. Oggi, il Recovery Fund, comprensivo di sussidi e prestiti, ammonta a circa l’11,19% del pil italiano del 2019.
A quale costo?
Anche il Piano Marshall aveva condizionalità: il fondo doveva essere usato per la sola ricostruzione e non per le spese correnti e alcuni aiuti erano corrisposti direttamente in prodotti americani. Importazioni e esportazioni da e per l’America erano incentivate. Non spaventa quindi che ci siano delle condizionalità ai sussidi e ai prestiti del Recovery Fund. Il piano da 750 miliardi di euro, infatti, richiede ai singoli Paesi di impegnare i prestiti entro il 2023. Gli Stati membri dovranno preparare programmi nazionali di riforme e investimenti per il periodo 2021- 2023, con un prefinanziamento che verrà versato nel 2021. I programmi dei singoli Stati verranno poi approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio.
La vera novità?
L’emissione di Eurobond. La cifra storica di 750 miliardi è pesante anche per lo stesso mercato dei capitali. L’idea, a Trattati invariati, è quella che la Commissione europea, organizzazione sovranazionale, emetta bond per raccogliere i finanziamenti per la ripresa. Questi finanziamenti saranno poi distribuiti ai Paesi membri attraverso sussidi, prestiti e condizionalità. Le nuove risorse proprie, le nuove tasse europee, per esempio la tassa verde sulla plastica che sarà introdotta nel 2021 serviranno per pagare gli interessi di questa operazione di finanziamento.
Un passo indietro?
Di fronte al piano Next Generation EU si assiste ad un restringimento del bilancio pluriennale 2021-2027 per le spese ordinarie. Il prossimo bilancio europeo è stato ridotto a 1074 miliardi di euro, cifra inferiore ai 1082 miliardi del periodo 2014-2020.
La prospettiva?
Il Recovery Plan è indubbiamente un volano per la transizione energetica e digitale. Il Recovery Plan è infatti previsto all’interno del disegno del Green New Deal, che ha preteso fin dal suo lancio essere uno strumento volto a condizionare il mondo intero verso una svolta improntata sulla sostenibilità. E’ chiaro che per funzionare ha bisogno di una vera politica estera europea in grado di condizionare USA e Cina, responsabili in buona parte del riscaldamento globale.