SIMONE FISSOLO

La crisi energetica: alcune riflessioni.

La crisi energetica rende evidente la forte pressione (economica, certamente, ma anche psicologica) del caro bollette per l’inverno che verrà. In particolare, il costo del riscaldamento preoccupa tutti, dalle famiglie alle imprese, passando per il bilancio dello Stato. Sarebbe interessante che ne parlassero anche i candidati e i partiti nazionali.
È notizia degli ultimi giorni la pubblicazione del “Piano Nazionale di contenimento dei consumi di Gas Naturale” che il Governo ha emanato per spiegare come intende operare nei prossimi mesi. In quel piano si parla, fra le altre cose, di riduzione delle ore del riscaldamento negli edifici pubblici e si giunge a consigliare delle “Misure comportamentali (a costo zero)” (pagina 13 del documento) che suggeriscono alle famiglie docce più brevi e l’abbassamento del fuoco dopo l’ebollizione (aiuto!).

Ma come siamo arrivati a questo punto?

Il numero 1476 di “Internazionale” riporta due articoli che consiglio di leggere.
Il primo del “The Economist” affronta il tema delle sanzioni economiche occidentali alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina; il secondo, del “The Guardian”, parla di come l’Europa può affrontare la crisi che sarà, molto probabilmente, più pesante dei due shock petroliferi degli anni Settanta.

Cominciando dalle sanzioni economiche, il “The Economist” le riassume in tre tipologie: il congelamento dei beni dei fedelissimi di Putin, l’esclusione della Russia dal sistema Swift e i divieti di esportazione.

La prima misura, che colpisce gli oligarchi russi è ritenuta molto simbolica e, come tale, si suggerisce la proposta del Dipartimento di Giustizia statunitense che vuole utilizzare le leggi antimafia per vendere i beni sequestrati e versarne il ricavato all’Ucraina. Un’ulteriore misura simbolica che in Italia potrebbe produrre un effetto importante di sensibilizzazione, considerando la percezione che abbiamo della lotta alla mafia nel nostro Paese.
La seconda misura, che mira a ridurre le transazioni finanziarie, non ha prodotto i risultati sperati, poiché le banche che gestiscono i colossi del combustibile, come Gazprombank, possono ancora usare la rete Swift.
La terza misura relativa ai divieti di esportazione, invece, pare essere l’unica sanzione economica con ripercussioni a lungo termine. È la meno discussa, ma la più concreta. Di fatti, mentre noi importiamo i combustibili fossili, fondamentali per il nostro sistema onnivoro, portato a consumare sempre più energia, la Federazione Russa importa, per esempio, semiconduttori e componenti meccaniche per le compagnie aeree. Si stima che ad oggi le compagnie abbiano gestito il colpo alternando i velivoli a disposizione e utilizzando i pezzi di ricambio degli aerei rimasti a terra. Oltretutto il divieto alle esportazioni coinvolge indirettamente anche le aziende non appartenenti all’emisfero occidentale. La Cina, per esempio, non si è precipitata ad aumentare le esportazioni per paura di ritorsioni, poiché le sue stesse aziende, vedesi la Huawei, utilizzano parti della nostra componentistica.

Fino a qui ci rendiamo conto che l’invasione dell’Ucraina, da me sempre condannata, ha portato con sé una serie di conseguenze pesanti, tra cui le sanzioni economiche verso la Russia, e le ritorsioni. Se le sanzioni sono state immaginate per non creare shock nella nostra economia, le ritorsioni della Russia hanno il solo obiettivo di colpirci nell’immediato: mentre le nostre sanzioni sono a lungo termine e cercano di minare il loro sistema produttivo, le ritorsioni a noi rivolte influiscono pesantemente sul breve e colpiscono i consumi, prima ancora che il sistema produttivo.

Perciò, riprendendo quanto sostiene l’articolo del “The Guardian” citato da “Internazionale”, i governi devono prepararsi a sborsare enormi sussidi e non ci sono altre possibili soluzioni. Seppur la crisi può condurci ad una più rapida transizione energetica, i tempi sono stretti e il processo di conversione non ha risultati immediati. Si possono offrire quindi sussidi ai più fragili, introdurre tariffe sociali oppure congelare le bollette, come sta pensando di fare la nuova Premier britannica Liz Truss. Resta il fatto che a farlo probabilmente sarà il prossimo governo e su questo bisognerebbe misurare i candidati e i partiti.

Un commento personale

Il mio commento sulla vicenda riguarda un certo modo di pensare il presente e di immaginare il futuro che viene rappresentato da espressioni come “resilienza”, “flessibilità” o “adattamento al cambiamento”. Concetti utili nel mondo aziendale, ma fortemente penalizzanti se applicate alla civiltà, che da lato suo dovrebbe semplicemente evolvere.
Quante volte ho sentito che la crisi porta anche cose buone!
Al tempo della Brexit qualcuno suggeriva che avrebbe potuto essere un bene, che l’Unione Europea doveva riformarsi e la Brexit avrebbe condotto i nostri leader a scelte più sagge.
Poi è scoppiata la pandemia, e qualcuno suggeriva sarebbe stata positiva sul fronte della rivoluzione digitale.
Ancora, la crisi energetica, che potrebbe portarci ad assumere comportamenti più responsabili nell’uso delle risorse e condurre le aziende alla conversione verso le energie rinnovabili.

Ma tutto questo può davvero essere considerato un bene? La mia risposta è semplice: NO.
La Brexit non è stata un bene, la pandemia non è stata un bene, la crisi attuale non è un bene.
Queste sono disgrazie, e le menti sagge dovrebbero ragionare sul ruolo dell’Europa, su come gestire la rivoluzione digitale e su come condurci verso la transizione energetica senza aver bisogno di guerre o crisi. Pensiamoci: non abbiamo necessariamente bisogno di una sbornia colossale per svegliarci il giorno dopo, di colpo, amando la vita.


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